Quando un razzo con booster a carburanti solidi lascia la rampa di lancio, tra gli ingredienti che lo spingono verso l’alto ci sono anche polveri metalliche. Ora lo stesso principio potrebbe scaldare fabbriche e reti di teleriscaldamento, e senza scaricare CO2 nel processo. Nei Paesi Bassi una startup, Renewable Iron Fuel Technology, Rift, ha raccolto quasi 114 milioni di euro tra capitale privato e fondi pubblici per portare sul mercato caldaie alimentate a polvere di ferro. È un passo che ambisce a trasformare un’idea di laboratorio in una fonte di calore industriale a basse emissioni.
Il funzionamento è più semplice di quanto sembri: granelli di ferro finissimi simili a sabbia, vengono immessi in una caldaia dedicata. Un getto d’aria e una scintilla innescano la combustione. Il calore prodotto alimenta acqua calda e vapore fino a circa 250 gradi, una temperatura che va benissimo per molti processi industriali, dalla birra al baby food, dalla carta ai polimeri. Il residuo non è CO2 ma ossido di ferro, una “cenere” che si può raccogliere e riconvertire in nuovo combustibile usando idrogeno a basse emissioni. In teoria, un ciclo chiuso.
Il calore industriale pesa un terzo delle emissioni globali
Per Mark Verhagen, amministratore delegato di Rift, la posta in gioco è chiara: il calore industriale e per il riscaldamento degli edifici pesa per oltre un terzo delle emissioni energetiche globali e, in Europa, è sotto pressione tra politiche più stringenti e prezzi del gas volatili, acuiti dalle crisi geopolitiche. Se i conti torneranno, il ferro potrebbe sostituire il metano in una fascia importante di usi. L’azienda stima oggi un taglio delle emissioni prodotto durante l’intero ciclo di vita vicino all’80% rispetto a una caldaia a gas e dichiara un costo del combustibile intorno a 140 euro a tonnellata, con margini per scendere man mano che la filiera scala.
I fondi e i primi impianti
La raccolta annunciata a inizio marzo comprende oltre 83 milioni in Serie B guidata dal fondo pensione olandese PGGM e quasi 31 milioni dall’Innovation Fund dell’Ue. Capitali che dovrebbero finanziare un impianto per la produzione del combustibile e l’installazione di caldaie in circa dieci siti europei entro il 2029. Rift ha già due unità pilota nei Paesi Bassi: un sistema da 1 megawatt che riscalda circa 500 abitazioni a Helmond e un impianto in un parco cleantech ad Arnhem. Nel 2025 è arrivato anche il primo cliente, Kingspan Unidek, che punta a installare una caldaia a ferro in uno dei suoi stabilimenti.
Le origini: dall’Esa ai Paesi Bassi
La tecnologia, nata dall’intuizione di ricercatori dell’Università di Eindhoven e della McGill di Montreal, osservava come le polveri bruciano in condizioni di microgravità nei laboratori dell’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea. Il ferro in questo caso è un “vettore”: si ossida liberando calore, poi si “ricarica” a ferro metallico grazie all’idrogeno, che però ovviamente dev’essere idrogeno verde, ancora scarso e caro. Altre sfide tecnologiche sono tutt’altro che banali per rendere questa tecnologia conveniente e pratica. Per adesso ovviamente i costi sono elevati, e la scalabilità commerciale e industriale è da verificare.
