28 Luglio 2026
/ 28.07.2026

Picchi di caldo, roghi, alluvioni: abbiamo dichiarato guerra alla natura e stiamo perdendo

Adottiamo misure tampone, mentre bisognerebbe frenare le cause della crisi climatica e mettere in sicurezza le città

Ascoltiamo e non capiamo. O forse non ascoltiamo. Ogni anno le cronache ci rimandano fatti che, messi assieme, costituiscono un racconto chiaro e dettagliato. Ogni anno reagiamo cercando di arginare il singolo problema senza cogliere collegamenti e cause. Quando c’è la siccità c’è chi propone di costruire più bacini idrici. Quando arrivano le alluvioni di creare argini più alti ai fiumi. Il fatto che questi fenomeni vadano fuori scala a causa della crisi climatica creata dall’abuso di combustibili fossili e dalla deforestazione viene considerato un pensiero astratto, buono per i libri ma non per i decreti legge. Così come il fatto che il terreno impoverito dall’overdose della chimica di sintesi bruci con più facilità al momento dei roghi e limiti l’assorbimento dell’acqua al momento delle alluvioni non turba l’enorme flusso di denaro verso l’agricoltura convenzionale.

Il risultato è un aumento continuo del livello di rischio. In questi giorni il fuoco è arrivato a pochi chilometri da Bordeaux, dopo aver divorato oltre 40 mila ettari di pineta e spinto il fumo fin dentro la città, rendendo l’aria quasi irrespirabile.

Più a sud le fiamme hanno valicato i Pirenei: nelle campagne a ovest di Madrid, tra Ávila e Toledo, sono bruciati altri 70 mila ettari. Fra Francia e Spagna oltre 300 mila persone hanno dovuto lasciare le case. Le città che abbiamo cominciato a costruire 10 mila anni fa per difenderci dalla natura non sono argini sufficienti a proteggerci dalle mutazioni climatiche che abbiamo creato.

“Una situazione mai vista”

Il presidente francese Emmanuel Macron è stato costretto ad ammettere che una situazione del genere non si è mai vista. Ma purtroppo è difficile pensare che questo record rimanga imbattuto: il trend degli incendi misura un peggioramento in linea con le previsioni dei climatologi. Anzi, il deterioramento è un po’ più rapido delle previsioni. E la ragione è semplice: gli studi dei climatologi, prima di essere recepiti nei documenti Onu, devono ottenere il via libera anche dagli Stati che vivono di petrolio e difendono il petrolio, per cui tutto viene filtrato da una grande prudenza.

Eppure, nonostante questa prudenza, gli avvertimenti non sono mancati. Secondo il sesto rapporto dell’Ipcc (il gruppo di scienziati coordinato dalle Nazioni Unite) in uno scenario ad alte emissioni, con un riscaldamento di circa 4 gradi entro il 2100, l’area bruciata a livello globale potrebbe crescere del 50-70% e la frequenza media degli incendi di circa il 30%. Contenendo il riscaldamento sotto i 2 gradi, l’aumento previsto dell’area bruciata si ridurrebbe al 30-35% e quello della frequenza al 20%.

Avvertimenti che hanno trovato puntuale conferma. Nel 2023 il Canada ha vissuto la stagione più distruttiva per gli incendi mai documentata: circa 15 milioni di ettari in fumo, più del doppio del precedente record del 1989, con oltre 200 comunità evacuate e soccorritori arrivati da dodici Paesi. Il 2025 è stato il secondo anno peggiore di sempre. E quest’anno il copione si è ripetuto.

Poteva essere l’occasione per una riflessione sulla necessità di cooperare per arginare la crisi climatica. Trump l’ha trasformata in un altro elemento di destabilizzazione politica e climatica: da una parte continua a smantellare le leggi a protezione del clima, dall’altra accusa il Canada per l’espansione della nuvola di fumo che supera i confini canadesi, conseguenza degli incendi che le politiche della Casa Bianca contribuiscono a far crescere.

Perfino l’Amazzonia brucia

Perfino l’Amazzonia brucia. La foresta attraversata dal Rio delle Amazzoni che scarica in mare un quinto di tutta l’acqua dolce fluviale del Pianeta non dovrebbe prendere fuoco. Ma nel 2024 il Brasile ha perso 6,7 milioni di ettari di foresta tropicale primaria: un balzo dell’80% rispetto all’anno prima. Un ecosistema umido ha cominciato a comportarsi come una savana secca, anche se quest’anno, per ragioni contingenti e per uno sforzo straordinario del governo Lula, la pressione si è alleggerita.

Anche alle porte dell’Italia la situazione è critica. Oltre alla Spagna la Grecia convive ormai stabilmente con roghi sempre più pesanti, che ormai assaltano le aree urbane. Nel 2018 l’incendio di Mati, alle porte di Atene, ha ucciso 102 persone: la catastrofe più grave della storia recente del Paese. Nel 2023 il fuoco dell’Evros – oltre 93 mila ettari – è diventato il più vasto mai registrato nell’Unione Europea. Quest’estate i pompieri greci hanno affrontato fino a sessanta focolai in un solo giorno.

E le alluvioni sono la logica conclusione del ciclo che porta la temperatura sempre più alto. L’aria surriscaldata e carica di umidità, quando la fase torrida si esaurisce, incontra masse d’aria fredda in arrivo dal nord. Viene raffreddata di colpo dal cuneo freddo eil vapore condensa in modo violento. Il risultato sonotemporali autorigeneranti, con piogge intense e concentrate. Che cadono su suoli induriti dalla siccità, in buona parte impermeabilizzati, impoveriti dall’inquinamento: così l’acqua scorre in superficie e va a ingrossarei torrenti trasformandoli in valanghe liquide.

Il danno c’è. E lo registriamo anno dopo anno. Ma i rapporti scientifici spiegano con chiarezza che si può limitare, che ci si può convivere. A patto di rendere più vivibilile città, meno inquinate le campagne, più sostenibile il sistema energetico. Molti lavorano in direzione opposta. E L’Italia della guerra al Green Deal e del piano di adattamento climatico senza fondi propri dà un contributo generoso all’avanzata del caldo.

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