El Niño è già in corsa, ma il suo picco deve ancora arrivare. Il fenomeno consiste in un riscaldamento periodico delle acque superficiali del Pacifico orientale, causato dall’indebolimento degli alisei: si manifesta naturalmente ogni due-sette anni e dura in media nove-dodici mesi, con effetti sul clima che si propagano ben oltre la sezione di oceano in cui si origina. Secondo il Met Office, il servizio meteorologico nazionale del Regno Unito, l’evento attualmente in formazione potrebbe diventare il più intenso mai osservato da quando esistono registrazioni affidabili, superando persino i precedenti del 1997-98 e del 2023-24.
Le proiezioni più recenti parlano di un aumento delle temperature superficiali del Pacifico equatoriale superiore ai 3°C entro fine anno: un valore che, se confermato, ridefinirebbe la scala con cui misuriamo questi eventi. Per capirci: un El Niño “tipico” comporta un rialzo di 1-2°C. Sopra i 2°C si parla già di evento eccezionale, ribattezzato informalmente “Super El Niño”.
Cosa deve ancora succedere
Il grosso dell’impatto climatico di questo El Niño non si è ancora manifestato. Gli effetti più severi, spiegano i climatologi, arriveranno tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera 2027, quando il calore accumulato nell’oceano verrà rilasciato in atmosfera in modo massiccio. È in quella finestra che il 2027 potrebbe accumulare un riscaldamento che ne farebbe l’anno più caldo mai registrato: l’Organizzazione meteorologica mondiale ha già indicato un possibile contributo aggiuntivo di 0,2°C alla temperatura media globale, che si sommerebbe al riscaldamento di fondo prodotto dai gas serra.
Le conseguenze attese si dividono per aree geografiche, e non sono uniformi. Nei tropici e nell’emisfero australe, quindi Sud America, Pacifico occidentale, Africa meridionale, Australia nord-orientale, si prevedono siccità particolarmente gravi. In Europa nord-occidentale e nel Regno Unito, al contrario, l’autunno dovrebbe portare piogge e tempeste più intense della norma. “Non stiamo parlando di previsioni meteo a breve termine, ma di condizioni durature”, ha dichiarato Adam Scaife, responsabile delle previsioni a lungo termine del Met Office, sottolineando le ricadute possibili sulla sicurezza alimentare globale.
La partita già in corso: canale di Panama e caffè colombiano
Alcuni effetti, però, sono già misurabili. A Panama, dove il canale dipende dall’acqua piovana per far funzionare le chiuse, i livelli dei bacini Gatún e Alajuela stanno calando più rapidamente del previsto. L’autorità del canale ha ridotto i transiti giornalieri a 34 navi da settembre, con un’ulteriore riduzione a 32 dal 15 settembre, riproponendo lo scenario del 2023-24, quando i passaggi erano scesi a sole 22 imbarcazioni al giorno. Circa metà delle gasiere dirette in Asia sta già scegliendo la rotta più lunga attorno al Capo di Buona Speranza, quasi il doppio dei tempi di percorrenza rispetto a Panama.
In Colombia, terzo produttore mondiale di caffè, la Federazione nazionale dei coltivatori stima un calo dell’8% del raccolto 2026, non per il recente terremoto che ha colpito le zone agricole, ma per le piogge di inizio anno legate all’arrivo del fenomeno. “La produzione sarà molto probabilmente influenzata da El Niño”, ha detto alla Reuters il presidente della federazione, German Bahamon.
Un evento da monitorare
Il punto centrale, per chi segue la crisi climatica, è che l’evento più critico deve ancora dispiegarsi. La NOAA attribuisce oltre il 90% di probabilità a un El Niño “molto forte” per l’autunno-inverno 2026-27 nell’emisfero settentrionale. Le prossime settimane diranno se le stime attuali reggeranno o se, come già accaduto in passato, la realtà supererà anche gli scenari più prudenti.
