20 Ottobre 2026
/ 20.10.2026

L’Amazzonia appesa al voto in Brasile

Deforestazione ai minimi dal 1988, ma il ballottaggio di domenica 25 ottobre tra Lula e Flávio Bolsonaro può rimettere in moto le motoseghe

Mai così poche motoseghe in Amazzonia, mai così tanta incertezza sul suo futuro. Venerdì 16 ottobre l’Inpe, l’istituto spaziale brasiliano, ha consegnato il dato che certifica il miglioramento: tra agosto 2025 e luglio 2026 sono stati abbattuti circa 3.335 chilometri quadrati di foresta, il 42% in meno dell’anno precedente e il valore più basso della serie storica, iniziata nel 1988. Il vecchio record era quello del 2011-2012, con 4.571 km². E anche nelCerrado, la savana che fa meno notizia, la deforestazione è calata del 24%, a 5.517 km².

Peccato che la buona notizia arrivi a nove giorni da un ballottaggio che Lula rischia di perdere. Al primo turno del 4 ottobre Flávio Bolsonaro, primogenito dell’ex presidente Jair, ha preso il 47,03% dei voti validi contro il 45,16% del presidente uscente: i due si sfideranno domenica 25 ottobre.

I programmi parlano lingue diverse. Lula promette la deforestazione netta zero entro il 2030, con il ripristino dei boschi a compensare ogni perdita, legale o illegale. Flávio rilancia giocando sulle parole: stop alla deforestazione illegale entro il 2029. Il trucco sta tutto nell’aggettivo, che il programma si guarda bene dal definire. Nello stesso documento il candidato della destra prevede che le licenze ambientali scattino in automatico se gli enti di controllo non rispondono in tempo, e che le loro condizioni restino bloccate fino a 20 anni. Il progetto è chiaro: meno alberi abbattuti fuori legge, ma solo perché i confini di ciò che è permesso si allargano.

La lobby che appoggia Bolsonaro

L’agrobusiness ha già scelto da che parte stare. Il Fronte parlamentare agropecuario, la principale lobby del settore, ha appoggiato Flávio, che in cambio ha promesso di lasciargli scegliere il ministro dell’Agricoltura. E il Congresso è già cambiato: il partito dei Bolsonaro ha conquistato 121 seggi alla Camera, mai così tanti per un singolo partito dal 1988.

Intanto la campagna si combatte anche con l’accendino. Le autorità stanno verificando se alcuni incendi siano stati appiccati di proposito, per ragioni politiche, in vista del voto. E il 12 ottobre la Folha de S.Paulo ha rivelato otto audio inviati su WhatsApp agli indigeni Parakanã: annunciano che i fazendeiros invaderanno la terra indigena Apyterewa, nel Pará, se domenica vincerà Flávio. Il Pará, non a caso, è lo Stato che disbosca di più, con 1.130 km².

Uno scontro tra due mondi opposti

Nemmeno il fronte di Lula è privo di problemi. Il suo welfare è finanziato anche con le nuove trivellazioni Petrobras nel mare al largo della foce del Rio delle Amazzoni, contraddizione che gli ambientalisti non perdonano. E l’ex ministra dell’Ambiente Marina Silva, regista del crollo della deforestazione, non è riuscita a conquistare un seggio al Senato.

Resta comunque il fatto che la differenza tra i due schieramenti è abissale. Da una parte l’assalto legittimato alle basi su cui si regge l’equilibrio ecologico e sociale del Paese (con importanti riflessi globali). Dall’altra un’inversione di rotta che punta a una maggiore protezione della fragilità umana e ambientale.

Ana Yang, direttrice del centro Ambiente e società di Chatham House, ricorda che in Amazzonia conta soprattutto il segnale che arriva dal presidente: può far capire che disboscare è diventato più difficile, oppure che si può ricominciare. Con El Niño che incombe e la foresta trasformata in un fiammifero dalla siccità, domenica quel segnale avrà un peso determinante.

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