Sabato 17 ottobre, alle sette del mattino, una quindicina di runner ha cominciato a girare tra le vetrine ancora chiuse di Marina Square, uno dei grandi centri commerciali di Singapore. Correre fuori era diventato un rischio per la salute, e la comunità sportiva X-Run Singapore ha ottenuto il permesso di trasformare i corridoi in una pista: un anello di 1,2 chilometri sui primi due piani, uno di 800 metri al terzo, per percorrere fino a 21 chilometri al chiuso in vista della maratona di dicembre. L’iniziativa, raccontata da greenMe, diventerà un appuntamento fisso del sabato. È l’immagine più eloquente di quanto lontano sia arrivato il fumo degli incendi del Borneo indonesiano.
Una nube che si allarga
Gli incendi sono ripartiti con forza nell’ultimo fine settimana. I focolai attivi in Indonesia sono più che quadruplicati, arrivando a 1.104 domenica 18 ottobre, con il Kalimantan come area più colpita: nel Kalimantan Centrale sono passati da 92 a 495 in un solo giorno, in quello Occidentale da 22 a 174. A inizio ottobre, in alcune zone del Kalimantan Centrale, l’indice di qualità dell’aria ha superato quota 4.000, oltre 13 volte la soglia considerata pericolosa.
Da lì la nube viaggia con i venti. La crisi della foschia transfrontaliera è iniziata il 1° agosto e ha colpito Brunei, Indonesia, Malesia, Singapore e Filippine. Nella città-Stato l’indice PSI ha toccato 192 il 9 ottobre, il valore più alto dell’anno, nella peggiore emergenza dal 2015. Lo stesso giorno la Malesia ha chiuso le scuole a Kuala Lumpur, Putrajaya e negli Stati di Johor, Malacca, NegeriSembilan, Pahang e Selangor, lasciando a casa circa due milioni di studenti. La compagnia malese Firefly ha cancellato i voli tra Kuala Lumpur e Singapore per la scarsa visibilità, mentre in Indonesia tra l’11 agosto e il 17 ottobre sono stati coinvolti 2.458 voli nazionali.
Lo sport si è fermato
Lo sport si è fermato: a Singapore sono saltate gare molto attese, compresa la mezza maratona cittadina, e hanno chiuso temporaneamente anche gli impianti sportivi pubblici all’aperto. Persino il Gran premio di Formula 1 di Singapore si è corso sotto la foschia. Il fumo si è spinto ancora più a nord: a inizio settembre sette centraline di Manila hanno registrato livelli di PM2.5 non salutari e Quezon City ha sospeso le lezioni in presenza, mentre il ministero della Salute del Brunei ha diramato un’allerta sanitaria. Secondo il servizio europeo Copernicus, già a inizio settembre le emissioni degli incendi erano le più alte per questo periodo dal 2003.
Il conto sanitario è pesante. Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air, il fumo degli incendi ha causato 1.700 morti in Indonesia nel solo mese di agosto, e le autorità indonesiane hanno registrato oltre 280 mila casi di problemi respiratori, più di 40 mila dei quali tra bambini piccoli. Singapore ha reintrodotto le cure sovvenzionate per le malattie legate alla foschia, come aveva fatto l’ultima volta nel 2015.
Singapore passa alle vie legali, Giacarta frena sugli aiuti
La crisi è diventata anche diplomatica. Il primo ministro Lawrence Wong ha annunciato verifiche sulle responsabilità di alcune aziende in base al Transboundary Haze Pollution Act, la legge che consente di perseguire chi provoca inquinamento oltre confine. Con altre tre aziende indicate lunedì 19 ottobre, sono salite a dieci le società indonesiane destinatarie di notifiche preventive, anche se le notifiche non equivalgono a un accertamento di responsabilità. La Borsa di Singapore ha chiesto informazioni a sette gruppi agricoli quotati sui possibili legami con i roghi. A irritare il governo di Singapore è stata anche la battuta di un funzionario indonesiano, secondo cui la città-Stato riceverebbe ossigeno dalle foreste indonesiane.
Giacarta, intanto, procede in ordine sparso. Il 15 ottobre il ministero degli Esteri aveva fatto sapere che il presidente PrabowoSubianto aveva accettato le offerte di aiuto dei Paesi vicini, ma pochi giorni dopo il ministro coordinatore per gli Affari politici e la sicurezza Dudung Abdurachman ha escluso, per ora, la dichiarazione di disastro nazionale, e senza quella dichiarazione tutte le offerte di assistenza straniera restano in sospeso. Nel Kalimantan Centrale e Occidentale restano in azione circa 61 velivoli, 44 dei quali per lo sgancio d’acqua. La tregua, però, arriverà solo con le piogge, che quest’anno sono attese in ritardo.
Il fuoco nascosto nelle torbiere
Già a metà agosto il ministero delle Foreste contava 202 mila ettari di foreste e terreni bruciati in tutta l’Indonesia. A spingere i roghi è un El Niño eccezionalmente forte, che ha reso la stagione secca più calda e arida e che potrebbe protrarsi fino al 2027. Il clima, però, è solo un acceleratore. Le cause sono anche altre: deforestazione per piantagioni e miniere, uso del fuoco per ripulire i terreni e canali di drenaggio scavati nelle torbiere per coltivare palma da olio. Una torbiera sana è una spugna d’acqua; prosciugata, diventa combustibile.
Oranghi accerchiati
Si chiamava Sempurna, in indonesiano “perfetto”. Era un orango maschio ed è morto il 30 agosto a Ketapang, nel Kalimantan Occidentale. L’autopsia ha trovato nei polmoni danni compatibili con l’esposizione al fumo: non è stato raggiunto dalle fiamme, lo ha ucciso l’aria che respirava. Tra giugno e fine agosto il 78,5% dei focolai rilevati sull’isola si trovava nell’habitat degli oranghi, secondo l’analisi satellitare di Geopix. “Gli oranghi non possono più andare da nessuna parte. Ci sono incendi ovunque e sono circondati”, ha raccontato a Mongabay Mohammad Taufik Hidayat, dell’organizzazione Sangga Bumi Lestari. Nel solo Parco Nazionale GunungPalung, che storicamente ospitava circa 2.500 oranghi, sono andati in fumo circa 9.055 ettari. Il ministero delle Foreste parla di circa 96 salvataggi in tutto il Kalimantan negli ultimi mesi.
Alla stazione di ricerca Cabang Panti, dentro GunungPalung, oltre 40 persone hanno tagliato una linea tagliafuoco e improvvisato un sistema di irrigazione per fermare le fiamme. È una difesa coraggiosa, ma da sola non basta: finché le torbiere continueranno a essere prosciugate, ogni nuovo El Niño troverà il Borneo pronto a bruciare.
