Per anni, dentro Confindustria, la partita dell’energia si è giocata a porte chiuse. Ieri la porta l’hanno aperta e sbattuta, uscendo, gli elettrici. Elettricità Futura, l’associazione che riunisce circa il 70% del mercato elettrico italiano – da Enel ad A2A, da Edison a Erg fino a Plenitude di Eni – ha deciso all’unanimità di non rinnovare l’iscrizione a Confindustria Energia, la federazione che rappresenta l’intero settore, e di ritirare tutti i suoi rappresentanti. Una nota di poche righe, ma dal peso politico rilevante.
Chi paga e chi incassa
Per capire lo strappo bisogna partire dalla frattura che da tempo attraversa il mondo delle imprese: da una parte le aziende che pagano le bollette, la manifattura energivora che ha un peso consistente in viale dell’Astronomia; dall’altra quelle che producono energia ed emettono le bollette. La guerra all’Iran ha fatto esplodere le tensioni: i prezzi sono schizzati in alto, a fine ottobre il gas viaggiava tra 85 e 90 euro al megawattora e il Pun superava i 200 euro. Il presidente Emanuele Orsini ha scelto da che parte stare: “Tra chi produce energia e chi consuma energia, in questo momento sto con chi consuma energia”.
Il nodo è il prezzo marginale: in Italia l’elettricità si paga al prezzo di produzione dell’ultima centrale a gas chiamata a coprire la domanda, anche quando buona parte dei kilowattora arriva da sole, vento e acqua, che costano molto meno. Chi produce da rinnovabili incassa così margini che gli industriali considerano extraprofitti. Ma è una distorsione legata alla fase di transizione, non una rendita destinata a durare. E le strade per superarla, a vantaggio dei consumatori, esistono.
Le vie d’uscita
La prima è la massa critica. Più sole e vento entrano nel sistema, meno ore il gas resta l’ultima centrale chiamata a fare il prezzo. La Spagna lo dimostra: secondo i dati di Ember, nei primi mesi del 2026 il metano ha fissato il prezzo solo nel 15% delle ore, contro l’89% in Italia. Il risultato si vede all’ingrosso: nel primo semestre 2025 il prezzo medio spagnolo è stato di 62 euro al megawattora, quello italiano di 127.
La seconda è sganciare il prezzo delle rinnovabili da quello del gas con contratti di lungo periodo. È la logica dei contratti per differenza, su cui punta anche la riforma europea del mercato elettrico: il produttore riceve un prezzo fisso e, quando il mercato sale sopra quella soglia, restituisce la differenza. Nell’asta Fer X chiusa a fine 2025 il fotovoltaico si è aggiudicato 7,7 gigawatt a una media di circa 57 euro al megawattora, molto meno dei prezzi di oggi. Vanno nella stessa direzione l’Energy Release, che cede agli energivori elettricità verde a 65 euro in cambio di nuovi impianti, e le offerte a prezzo fisso che il decreto in arrivo rischia di far sparire. È su questo terreno che produttori e industriali potrebbero ritrovarsi alleati invece che controparti.
La stretta del governo
Il governo Meloni si è schierato con i fossili. Ha messo mano al portafoglio e ha sovvenzionato l’esistente invece di alleggerire la burocrazia e dare spazio agli impianti di rinnovabili che si pagano con i soldi degli imprenditori e che riducono la dipendenza energetica dall’estero. Ha anche rallentato l’espansione delle Comunità energetiche rinnovabili che servono a conciliare lo sviluppo dell’energia pulita con la difesa della coesione sociale.
Su questa scelta di fondo s’innesta lo scontro attuale. Già a febbraio un primo decreto Bollette aveva alzato di due punti l’Irap sulla filiera energetica. La legge di Bilancio porta l’aumento a cinque punti nel 2027 e a tre nel biennio successivo: 2,5 miliardi di gettito. A questo si aggiunge il nuovo decreto, concordato in via preliminare con Bruxelles, che fisserebbe un tetto attorno ai 59 euro al megawattora per il gas usato nelle centrali elettriche, con la promessa di tagliare le bollette di circa il 10%. Il nome però inganna: non è un colpo al metano. Le centrali a gas continuerebbero a comprarlo a prezzo di mercato e sarebbero rimborsate della differenza con il tetto, con un finanziamento ancora da definire.
A scendere sarebbe solo il prezzo del gas che entra nel calcolo di quello dell’elettricità. Così calerebbe il prezzo della corrente e, con lui, il ricavo di chi la produce da sole e vento, che però nessuno rimborsa. Il gas resta al riparo, le rinnovabili pagano il conto. Quando la Spagna adottò lo stesso schema, nel 2022, secondo diversi analisti il meccanismo finì per incentivare l’uso del metano. E nelle bozze c’è anche il divieto, per le aziende elettriche, di scaricare sui clienti i costi della misura, che costringerebbe di fatto a ritirare le offerte a prezzo fisso. Elettricità Futura ha minacciato di congelare gli investimenti e di ricorrere in massa ai tribunali: il testo, atteso la scorsa settimana, è slittato.
Il fronte del gas
E la rottura è maturata alla conferenza annuale di Confindustria Energia del 28 ottobre, dove alcuni interventi sono sembrati lodare l’aumento dell’Irap e il tetto al metano. Per gli elettrici è la prova che la federazione, troppo vicina al mondo del gas, li tratta come una controparte, quasi un “nemico”, e non come un settore industriale checon l’indotto vale il 4,4% del Pil e circa 600 mila occupati. Con un paradosso: tra gli elettrici siede anche Plenitude, controllata da quell’Eni che del gas è il primo operatore.
La reazione che non ti aspetti
In realtà ci si aspettava che il fronte delle rinnovabili, stretto tra governo, energivori e lobby del metano, incassasse e trattasse dietro le quinte, come d’abitudine nel sistema confindustriale. Ha fatto invece la mossa meno prevedibile: rompere. Non ancora con Confindustria, precisa la Repubblica, anche se secondo il Fatto Quotidiano l’uscita dalla casa madre è sul tavolo. Il bersaglio è Orsini, che dichiara di stare con i consumatori più che con i produttori. Ma è accusato di stare molto vicino ai fossili, poco alle rinnovabili. Domani, all’evento annuale di Elettricità Futura, arriverà un manifesto per tracciare la nuova rotta. E la transizione energetica, raccontata finora come un progetto condiviso, mostra la sua faglia più profonda: chi deve pagare il conto.
