Le opere per mettere in sicurezza Firenze ed evitare il ripetersi della terribile alluvione del 4 novembre 1966 non sono ancora completate, e per alcune i cantieri non sono ancora stati aperti. Ma “si ritiene che quanto realizzato possa reggere un evento simile a quello di 60 anni fa, con particolare attenzione al centro storico della città, che è la parte più delicata dell’intera area metropolitana fiorentina”. Ad affermarlo è Mauro Grassi, fiorentino doc, già direttore di Italiasicura, la struttura della Presidenza del Consiglio dei governi Renzi e Gentiloni che curò la programmazione del Piano contro il dissesto idrogeologico in Italia e la realizzazione dei cantieri per la messa in sicurezza idraulica di aree metropolitane come Firenze, Milano e Genova.
“La sicurezza al 100% non c’è mai – precisa Grassi, oggi direttore della Fondazione Earth and Water Agenda – ma sul centro storico si dovrebbe stare tranquilli. Dopo il centro storico, invece, qualcosa succederebbe. Ma un conto è un’uscita di 30 centimetri e un conto è una di 3 metri e mezzo, come avvenne nel 1966”.
Quattromila metri cubi al secondo
Per capire cosa avvenne allora e quanta sicurezza sia stata raggiunta oggi, Grassi spiega che “la gravità dell’evento non dipese soltanto dall’intensità delle precipitazioni, ma soprattutto dalla loro distribuzione territoriale e dalla concomitanza delle piene generate nei diversi settori del bacino”. Una fotografia che ricorda gli eventi recenti che hanno colpito Emilia-Romagna e Marche. Allora la caratteristica determinante fu la coralità degli apporti: le precipitazioni interessarono il Casentino, il Valdarno superiore, il Mugello, il Chianti e il bacino della Sieve, oltre a numerosi altri settori del reticolo idrografico. Tutte confluirono nell’asta principale dell’Arno in una fase temporale ravvicinata e la piena raggiunse la città con una portata enormemente superiore alle capacità di transito dell’alveo urbano.
La portata al colmo fu stimata in circa 4.100 m³/s. Ma nel tratto urbano, in corrispondenza di Ponte Vecchio, la capacità di deflusso era allora stimata in 2.200-2.500 m³/s, poco più della metà. Un evidente squilibrio, che portò all’esondazione: il volume d’acqua fuoriuscito dall’alveo e riversatosi nell’area urbana è stato stimato in 70-80 milioni di metri cubi.
Il piano De Marchi rimasto sulla carta
Le gravissime conseguenze spinsero a elaborare diversi programmi per la sistemazione idraulica dell’Arno e la riduzione del rischio di piena a Firenze. Il primo arrivò dalla Commissione interministeriale De Marchi, dal nome del suo presidente, Giulio De Marchi, ingegnere idraulico tra i maggiori esperti italiani di allora. Istituita il 27 luglio 1967, concluse i lavori il 16 marzo 1970: una pietra miliare dell’analisi del dissesto idrogeologico e delle proposte per mettere in sicurezza il Paese. Nei cinque volumi, per oltre 2.800 pagine, molto spazio venne dato ovviamente a Firenze: si “prevedeva la realizzazione di numerosi serbatoi lungo l’asta principale e gli affluenti, con una capacità complessiva prevista di circa 240 milioni di metri cubi”.
Provvedimenti idraulici che, si leggeva nella Relazione, “consentono di limitare la portata dell’Arno a Firenze a 2.200 m³/s”. Sufficienti a salvare la città, con un costo complessivo di circa 160 miliardi di lire, da spendere rapidamente. “Volendo stabilire una graduatoria di precedenza delle opere e dei lavori compresi nel piano del primo quinquennio – era l’indicazione della Commissione -, urge assicurare nei limiti del possibile la difesa di Firenze contro le minacce dell’Arno”.
“Non andò così – ricorda Grassi – e una parte rilevante di quella strategia rimase inattuata”. De Marchi morì il 15 marzo 1972, dovendo constatare il colpevole ritardo del mondo politico nell’affrontare un problema così urgente. La sua amarezza emerge in una lettera del dicembre 1971 a un collega: “Fino ad oggi la relazione della Commissione non ha avuto alcun seguito in campo politico. Né oso sperare che possa averlo presto, data la progressiva disorganizzazione della struttura amministrativa del Paese, alla quale assisto sgomento”.
Trent’anni di interventi parziali
Bisogna arrivare al 1999 per l’approvazione del Piano stralcio per il rischio idraulico dell’Autorità di bacino dell’Arno, sviluppato sotto la direzione di un altro grande studioso, il professor Raffaello Nardi, che prevedeva interventi strutturali per oltre un miliardo e mezzo di euro. Nel frattempo erano stati realizzati alcuni interventi importanti, ma non sufficienti. Nel tratto urbano di Firenze vennero abbassate le platee di Ponte Vecchio e di Ponte Santa Trinità e furono rialzate le spallette in alcuni tratti dei lungarni. Questi lavori aumentarono la capacità di deflusso a circa 3.200-3.300 m³/s, ancora insufficiente. “In assenza di interventi efficaci di laminazione a monte, una piena di entità analoga avrebbe quindi continuato a comportare un rischio significativo di esondazione”, commenta Grassi.
Un contributo importante arrivò, ma solo nel 2001, dall’entrata in esercizio dell’invaso di Bilancino. Realizzato a fini idropotabili, consente di regolare i deflussi del sistema della Sieve e di attenuare alcune piene dirette verso Firenze: in base a un accordo del 2019, può infatti dedicare alla laminazione della piena una capacità intorno ai 15 milioni di metri cubi.
La svolta del cinquantenario
Una situazione ancora incompleta. “Solo nel 2016 – ricorda Grassi -, in occasione del cinquantenario dell’alluvione, furono finalmente finanziati a opera di Italiasicura importanti interventi previsti da programmi precedenti. Quando arrivammo noi, per l’Arno era stato fatto molto poco e tutto era fermo. Siamo riusciti a sbloccare 150 milioni, più altri 50 di Comuni e Regione, da anni destinati al bacino dell’Arno e mai spesi. Cifre molto più alte di quelle previste dalla Commissione De Marchi, ma che ora non basteranno, perché l’emergenza Covid ha fatto crescere il costo dei materiali anche del 30-40%”.
Nel 2016 il sistema di laminazione nel Valdarno superiore non era ancora operativo nella configurazione prevista e le casse di espansione di Figline (Leccio, Prulli, Pizziconi e Restone), già indicate dalla Commissione De Marchi, erano solo in fase di progettazione. “La loro funzione – spiega Grassi – è quella di intercettare e trattenere temporaneamente una parte della piena, riducendo il colmo della portata in arrivo a Firenze. La disponibilità effettiva di questa capacità richiede non soltanto la realizzazione delle opere, ma anche regole operative, sistemi di controllo e procedure coordinate per la gestione delle paratoie”.
Casse di espansione, cantieri ancora aperti
In altre parole, le casse di espansione non sono buchi da riempire, pozze d’acqua. Sono elementi dinamici, luoghi che si è in grado di modulare, accumulando l’acqua quando è necessario e rilasciandola quando può passare. Un sistema fondamentale, ma a oggi non ancora completato: Pizziconi 2 è stata inaugurata nel 2025; Restone sarà completata nel 2027; per Prulli l’avvio del cantiere è stato annunciato nel marzo 2026, con fine lavori prevista nel 2028; per Leccio, invece, siamo ancora alla fase progettuale. A regime il sistema dovrebbe consentire di laminare circa 25 milioni di metri cubi.
A queste opere vanno aggiunti il rialzo della diga di Levane, che prevede una capacità di laminazione di circa 9 milioni di metri cubi, e le casse di espansione lungo la Sieve, attualmente in fase di progettazione, con una capacità di 4 milioni di metri cubi. Infine, per la città di Firenze è stato inaugurato un mese fa un sistema di paratie mobili in grado di difendere il centro storico da un picco di piena di particolare gravità.
Insomma, i lavori sono ancora da completare, ma la strada imboccata sembra finalmente quella giusta. Ora però non si deve più rallentare. “Purtroppo bisogna passarci per avere una reale presa di coscienza dei rischi che corrono tanti territori italiani – conclude Grassi -. E della necessità di spendere più fondi”.
