Per decenni il prodotto interno lordo ha funzionato da bussola universale: governi, mercati finanziari e opinione pubblica lo hanno usato come misura definitiva del progresso di una nazione. Ma ora è evidente che quella bussola si è rotta, o almeno è profondamente insufficiente. È questa la premessa del rapporto Counting What Counts, pubblicato dal gruppo di esperti ad alto livello istituito nel maggio 2025 dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.
Il documento è il primo nella storia delle Nazioni Unite a rispondere direttamente a una richiesta formale degli Stati Membri di sviluppare indicatori alternativi al Pil su scala globale. Il gruppo – copresieduto dagli economisti Kaushik Basu (Cornell University) e Nora Lustig (El Colegio de Mexico) e composto da dodici esperti internazionali tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz – ha proposto un cruscotto di 31 indicatori per misurare il progresso inteso come “benessere equo, inclusivo e sostenibile“.
Il paradosso della crescita senza progresso
Il punto di partenza del rapporto è un paradosso: l’economia globale ha continuato a crescere quasi ininterrottamente (le uniche contrazioni rilevanti degli ultimi decenni si sono registrate nel 2009, durante la crisi finanziaria, e nel 2020, con la pandemia da Covid-19) eppure ansia, sfiducia nelle istituzioni e insoddisfazione sociale sono aumentate ovunque.
I dati lo confermano: nel Nord America, nonostante una crescita robusta del Pil tra il 2000 e il 2020, la speranza di vita sana alla nascita ha cominciato a ristagnare già all’inizio degli anni Dieci, per poi declinare prima ancora della pandemia. Nell’Africa orientale, l’indice di integrità della biodiversità è sceso dal 73% al 68% tra il 2003 e il 2014, malgrado una crescita costante del Pil pro capite.
31 indicatori, quattro assi portanti
Il rapporto non chiede di abolire il Pil, ma di affiancarlo con strumenti capaci di vedere ciò che il Pil non vede: il lavoro domestico non retribuito, la violenza di genere, la coesione sociale, la qualità dell’aria, la fiducia nelle istituzioni pubbliche.
Il cruscotto proposto si articola su quattro componenti. La prima comprende i principi fondativi – pace, diritti umani e rispetto del Pianeta – misurati attraverso cinque indicatori, tra cui il numero di morti legate ai conflitti ogni 100.000 abitanti e le emissioni totali di gas serra. La seconda componente riguarda il benessere attuale, declinato in otto domini: condizioni materiali e lavoro, salute, istruzione, sicurezza, benessere soggettivo, coesione sociale, qualità delle istituzioni, qualità ambientale. La terza misura equità e inclusione attraverso disuguaglianza di reddito e ricchezza, povertà, disparità regionali e gender gap. La quarta analizza la sostenibilità e la resilienza, monitorando cinque forme di capitale (prodotto, umano, sociale, istituzionale e naturale) come riserve che le società devono preservare per garantire benessere alle generazioni future.
Quasi metà degli indicatori proposti è già parte del quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu: dunque la maggior parte dei Paesi dispone già di dati, sistemi e competenze per cominciare a calcolare questo nuovo concetto di progresso.
I numeri chiave: dalla loneliness al gender gap
Tra gli indicatori più innovativi spicca la percentuale di persone che dichiarano di aver provato un forte senso di solitudine nel giorno precedente. Anche la soddisfazione soggettiva per la vita – misurata attraverso la scala Cantril del Gallup World Poll, disponibile per oltre 140 Paesi – entra nel cruscotto come indicatore di benessere soggettivo. Sul versante delle disuguaglianze, il rapporto propone di monitorare la quota di ricchezza detenuta dall’1% più ricco e il rapporto tra il guadagno orario medio delle donne e quello degli uomini.
Sul fronte ambientale, integrità della biodiversità ed emissioni di gas climalteranti sono tra gli indicatori principali. Il quadro di riferimento introduce anche il concetto di “miopia di sostenibilità”: un’economia può accumulare capitale finanziario erodendo quello naturale, e il PIL non lo registra; il nuovo cruscotto, invece, sì.
La tabella di marcia: 2027 come anno zero
Il documento fissa scadenze precise. Entro il 2027, i governi sono chiamati ad avviare cruscotti nazionali di monitoraggio del progresso basati sul nuovo quadro, integrandoli nei processi di bilancio e nei meccanismi di rendicontazione pubblica. A partire dalla stessa data, l’Onu dovrebbe pubblicare un rapporto annuale globale applicando il quadro a tutti i Paesi.
Il rapporto non è il primo tentativo di andare oltre il Pil: già nel 2009 la Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi aveva denunciato i limiti del prodotto interno lordo come misura del progresso sociale. Ma a differenza di quel precedente, rimasto in larga misura un esercizio accademico, questo documento nasce da un mandato intergovernativo esplicito e punta a trasformarsi in norma globale attraverso un processo negoziale all’Assemblea Generale dell’Onu.
“Capacità statistica senza impegno politico produce dati inutilizzati. Impegno politico senza capacità statistica produce retorica vuota”, si legge nel capitolo conclusivo. Quello che decidiamo di misurare è quello che decidiamo di valorizzare. E finché conteremo solo la produzione economica continueremo a ignorare tutto il resto.
