21 Luglio 2026
/ 20.07.2026

Grandine su Milano: la crisi climatica si abbatte sulla Casita e sull’estate degli eventi

Sabato 18 luglio, poco dopo le 21, il concerto di Bad Bunny all'Ippodromo Snai La Maura di Milano viene interrotto da una violenta grandinata: 80mila spettatori evacuati, alcuni feriti, show annullato definitivamente. Un episodio che si inserisce in una stagione di eventi estivi segnata da un rapporto sempre più complicato tra grandi manifestazioni all'aperto e clima estremo

Il pubblico aveva appena finito di cantare in coro “Bella ciao” quando la situazione è cambiata nel giro di pochi minuti. Bad Bunny stava eseguendo la sesta canzone della scaletta quando una violenta grandinata, accompagnata da fulmini e raffiche di vento, si è abbattuta sull’Ippodromo Snai La Maura di Milano, sede della seconda e ultima data italiana del “Debí tirar más fotos World Tour“. I chicchi di grandine, descritti da diversi testimoni come grandi quanto palline da ping pong, hanno colpito alla testa alcuni spettatori tra le circa 80mila persone presenti.

L’organizzazione ha prima invitato il pubblico, tramite gli altoparlanti, a restare fermo nella speranza che il temporale passasse in fretta. Quando le condizioni sono peggiorate, i Vigili del Fuoco del comando provinciale di Milano hanno ordinato l’evacuazione totale dell’area, mentre il personale del 118 prestava soccorso ai feriti. Anche la fermata della metropolitana M1 Uruguay è stata chiusa in anticipo per gestire il deflusso in sicurezza.

Live Nation, l’organizzatore dell’evento, ha comunicato che la data non sarebbe stata recuperata e ha annunciato il rimborso integrale di biglietto e diritti di prevendita per tutti i partecipanti. “A causa delle condizioni meteorologiche avverse, tra cui temporali e grandine, il concerto di Bad Bunny […] è stato interrotto e l’area è stata evacuata in sicurezza”, ha spiegato la società in una nota (fonte: Adnkronos). “La sicurezza di tutti i presenti è sempre la nostra massima priorità”, ha aggiunto Live Nation, scusandosi per il disagio causato.

Non solo Milano: una stagione di eventi condizionati dal clima

Il caso di Bad Bunny non è isolato. Nelle stesse settimane di luglio 2026, il concerto dei Jethro Tull in Piazza Sordello a Mantova è stato annullato per un violento temporale con grandine, arrivato poco dopo le 21 dell’11 luglio, con alberi caduti e blackout in diverse zone della provincia (fonte: Gazzetta di Mantova). Un anno prima, il 6 luglio 2025, era toccato a Sting: 8.500 biglietti venduti per il Bassano Music Park, allerta arancione della Regione Veneto già diramata il giorno precedente, concerto confermato e anticipato di mezz’ora nel tentativo di anticipare il fronte perturbato. Il prato del Parco Ragazzi del ’99 si è trasformato in un acquitrino prima ancora che l’artista salisse sul palco, e il concerto è stato annullato all’ultimo, tra le proteste degli ottomila spettatori già arrivati sul posto.

Sullo sfondo di questi episodi ci sono numeri che raccontano un trend in crescita. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato in collaborazione con il Gruppo Unipol, il 2025 si è chiuso con 376 eventi meteo estremi registrati in Italia, il secondo anno peggiore dell’ultimo decennio dopo il 2023 (383 eventi), con un aumento del 5,9% rispetto al 2024. Il 2026 non ha rallentato: nei primi cinque mesi dell’anno si contano già 82 eventi estremi. Secondo i dati ISPRA, ripresi da un report del WWF, l’Italia è al terzo posto in Europa per pericolosità degli eventi meteo estremi nelle aree urbane.

Guardando alla casistica del biennio, si distinguono situazioni diverse: eventi annullati preventivamente sulla base di previsioni accurate, come i concerti della Cavea dell’Auditorium di Roma cancellati la mattina stessa di gennaio 2025 “a causa delle avverse condizioni meteorologiche previste”; casi in cui l’allerta c’era ma la decisione di attendere ha portato a un annullamento tardivo e più caotico, come per Sting; e infine episodi come quello di Milano, in cui l’allerta ordinaria non aveva alcun modo realistico di anticipare la genesi di una grandinata di quella intensità in pochi minuti.

Quando il caldo ferma anche il pallone: l’hydration break

Se a Milano è stata la grandine a bloccare uno spettacolo, un’altra risposta al clima estremo è arrivato in queste settimane dal mondo del calcio, e coinvolge il torneo più seguito dell’estate: i Mondiali 2026, ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico.

La FIFA ha introdotto per la prima volta l’hydration break come pausa obbligatoria in ogni partita: due interruzioni da tre minuti ciascuna, una a metà primo tempo e una a metà secondo, fissate al 22° minuto di ogni frazione. La misura nasce dall’esperienza del Mondiale per Club 2025, disputato negli stessi stadi statunitensi, dove le temperature elevate avevano già imposto pause di idratazione legate al superamento di una soglia di calore (il cosiddetto WBGT, l’indice che combina temperatura e umidità).

La differenza sostanziale rispetto al passato è che l’hydration break del 2026 non dipende più dalle condizioni meteo del momento: si applica a ogni partita, indipendentemente dalla temperatura, dall’orario di inizio o dal fatto che lo stadio abbia un tetto apribile. Una scelta che rende il protocollo prevedibile per squadre, arbitri e televisioni, ma che apre anche un interrogativo: se la pausa resta identica anche negli stadi coperti o in caso di partite giocate con temperature fresche, viene da chiedersi se sarebbe stata mantenuta comunque anche in caso di nevicata o clima rigido, segno che la componente organizzativa e commerciale pesa quanto quella climatica nella decisione.

Non a caso, diversi osservatori hanno fatto notare che ogni pausa pubblicitaria in un evento di portata mondiale come questa può valere cifre paragonabili a quelle di un intervallo del Super Bowl, tra i 7 e i 9 milioni di dollari, secondo una stima di un analista di S&P Global ripresa da diverse testate. Con 104 partite in programma, numero record per un Mondiale, l’introduzione di due pause fisse per gara si traduce anche in uno spazio pubblicitario enorme.

Resta però un punto che va detto con altrettanta chiarezza: al di là della componente commerciale, la necessità di far bere e riposare i giocatori nelle partite giocate in piena estate, spesso di giorno e in città dal clima molto caldo, è reale e viene da un’esigenza di tutela della salute degli atleti già emersa concretamente nel 2025. Che la misura sia utile anche al marketing non significa che non risponda, prima di tutto, a un problema vero. Ma forse va cambiata la scala dei valori che muovono queste decisioni.

Adattarsi al clima che cambia, serve nuova musica

Il caso di Milano, insieme agli altri episodi della stagione, riporta al centro un tema più ampio di adattamento al cambiamento climatico: il modo in cui grandi eventi pensati per decine di migliaia di persone devono ripensare location, infrastrutture e protocolli di sicurezza per convivere con fenomeni meteorologici sempre più intensi e improvvisi. Spazi aperti privi di ripari, vie di fuga coperte o percorsi drenanti, che fino a qualche anno fa rappresentavano un rischio accettabile, oggi espongono il pubblico a conseguenze concrete quando il meteo cambia in pochi minuti.

Allo stesso tempo, l’adattamento non può essere l’unica risposta. Concerti, festival e grandi manifestazioni sportive che radunano decine o centinaia di migliaia di persone comportano di per sé un impatto ambientale non trascurabile, tra spostamenti del pubblico, consumi energetici e allestimenti temporanei. Ripensare questi eventi solo per resistere meglio al clima estremo, senza lavorare parallelamente per ridurne l’impronta, rischia di rincorrere gli effetti di un problema a cui l’industria dell’intrattenimento e dello sport contribuisce anch’essa, seppure in misura diversa rispetto ad altri settori. Il vero terreno di sfida, per i prossimi anni, sembra essere proprio questo doppio binario: eventi più sicuri di fronte a un clima che cambia, e allo stesso tempo meno pesanti sul clima stesso.

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