Quando il corpo diventa una pagina su cui scrivere la sofferenza, e un luogo in cui non riusciamo più a stare, smette di essere casa. È lì che, quando diventa estraneo e nemico, inizia l’attacco: non si mangia, ci si affama o ci si gonfia oltre misura.
Questa è l’osservazione che guida il lavoro di Laura Dalla Ragione. Da qui nascono le domande inziali che pone a ogni paziente. La prima, disarmante nella sua semplicità: quanto ci pensi al cibo e al peso? La seconda, più rivelatrice: ti ricordi com’era la tua vita prima del disturbo?
Laura Dalla Ragione è psichiatra, fondatrice di una rete di centri specializzati, referente per la Regione Umbria e per il ministero della Salute sui disturbi alimentari, docente al Campus Biomedico di Roma. Il suo ultimo libro, Attacco al corpo, arriva dopo Social Fame – titolo che gioca sull’omonimia tra l’inglese fame e l’italiano fame – dove aveva analizzato il nesso tra social media, immagine corporea e alimentazione. Due libri che formano un dittico: prima la diagnosi culturale, poi la radiografia del corpo come campo di battaglia.
Da trent’anni lavora in psichiatria, e questo le dà una prospettiva che pochi hanno: osserva i disturbi cambiare nel tempo, adattarsi, assumere forme nuove. “I disturbi alimentari si trasformano ogni cinque o sei anni. Si adeguano all’epoca in cui si esprimono”.
I numeri che non possiamo più ignorare
Prima di parlare di tendenze e nuove forme, ci sono i numeri. Negli anni Settanta, in Italia, le persone affette da disturbi alimentari erano circa 300.000. Alla fine degli anni Novanta l’epidemia è esplosa. Oggi si stima siano 3 milioni – probabilmente di più, perché la cifra riguarda solo chi è arrivato all’osservazione del sistema sanitario. Il sommerso, dice Dalla Ragione, non viene mai contato. E poi c’è il dato della mortalità: nel 2025, in Italia, sono morte 3.500 persone per diagnosi correlate ai disturbi alimentari.
Eppure il 99% di quelle morti, sostiene la psichiatra, riguarda persone che alle cure non sono mai arrivate: o perché le avevano rifiutate o perché vivevano in regioni prive di strutture adeguate. “I disturbi alimentari sono patologie trattabilissime. Ho curato migliaia di persone che oggi conducono una vita normale“. Arrivare alle cure è il primo passo. Esiste un numero verde: 800 180 969, SOS disturbi alimentari.
Chi si ammala oggi
Fino a non molti anni fa, il profilo del paziente era abbastanza definito: adolescente, femmina, tra i 12 e i 25 anni. Quel profilo oggi non esiste più. “Il range si è allargato enormemente“, spiega Dalla Ragione. “Curiamo bambini di 8, 9, 10 anni, così come persone di 40, 50, 60 anni che si ammalano per la prima volta”. E poi ci sono i maschi, quasi assenti dalla clinica fino a dieci anni fa. Oggi sono il 20% dei pazienti. Tra gli under 13 salgono al 30%.
L’anoressia nervosa riguarda oggi il 30% dei pazienti. La maggioranza presenta, invece, quadri diversi: binge eating disorder, bulimia nervosa, disturbi selettivi dell’alimentazione, ortoressia, bigoressia. “Non esiste più un identikit. Il peso non è sempre l’indicatore del problema”.
Le nuove forme: dall’ARFID all’ortoressia
Tra i disturbi in più rapida crescita vi sono quelli selettivi dell’alimentazione, in particolare l’ARFID. “Prima apparteneva quasi esclusivamente ai bambini. Oggi lo diagnostichiamo anche negli adolescenti e nei giovani adulti”. Sono persone che mangiano pochissime cose, con un repertorio alimentare molto limitato.
Ma l’ARFID non è capriccio né difetto di educazione. Si colloca in un contesto culturale in cui la selettività è diventata quasi una norma condivisa: Della Ragione parafrasa Feuerbach: “Siamo ciò che (non) mangiamo. Quello che escludiamo definisce la nostra identità”.
L’ortoressia ha una natura diversa: è l’ossessione per il mangiare sano, una forma di ipocondria alimentare in cui cresce la paura del cibo. “La ricerca dell’alimento più giusto diventa estenuante“. Parte da un’esigenza legittima, ma può diventare un’ossessione che toglie gioia e isola socialmente. Colpisce prevalentemente i maschi tra i 30 e i 40 anni.
Il ruolo dei social: né colpevoli né innocenti
La domanda che Dalla Ragione si sente rivolgere più spesso – i social sono responsabili? – merita una risposta sfumata. “Non sono la causa, ma hanno avuto un impatto fortissimo“, perché agiscono su due temi: il cibo e l’immagine corporea. Insieme producono insoddisfazione. Il salto quantitativo è avvenuto dal 2020: il lockdown ha normalizzato un uso illimitato delle piattaforme, e da allora l’impatto è diventato “potentissimo”.
Il problema non è solo il tempo di esposizione, ma l’assenza di regolazione dei contenuti: chiunque può fornire consigli nutrizionali senza titolo. Eppure i social possono essere anche un supporto. “Oggi nessuno immaginerebbe di fare prevenzione tra gli adolescenti con un depliant. Le piattaforme sono diventate uno strumento prezioso di informazione corretta, per chi sa usarle”.
La questione non è sopprimere lo strumento, ma governarlo. L’Australia ha introdotto un limite d’accesso ai social a 16 anni, e i primi dati, dice Dalla Ragione, sono incoraggianti. Ma non basta: “Bisogna lavorare sull’alfabetizzazione digitale e insegnare ai ragazzi a riconoscere l’effetto emotivo e cognitivo che questi mezzi hanno su di loro. I ragazzi sono nativi digitali: conoscono il device, ma non conoscono l’impatto”.
Il corpo come pagina
Nel nuovo libro della psichiatra, Attacco al corpo, il focus si allarga oltre i disturbi alimentari: autolesionismo, aumento dei suicidi, disforia di genere. “Il corpo è un terreno minato, un teatro in cui si concentra molta sofferenza”. La radice comune, dice, è una difficoltà crescente a costruire un’identità solida.
“Volevamo la generazione più felice di sempre, ci ritroviamo con la generazione più infelice di sempre. È saltato un certo sistema di valori, e quello che lo ha sostituito è molto più fragile”, aggiunge Dalla Ragione. I disturbi alimentari interpretano questo disagio perché si ancorano a due elementi centrali nella nostra cultura: il corpo e il cibo. Quando quello che non mangi definisce chi sei, è quasi inevitabile che quel campo diventi il luogo in cui si esprime il malessere. Non è un caso che questi disturbi siano esplosi nei Paesi occidentali, e che si diffondano rapidamente ovunque cambino i modelli culturali – nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro, in Cina, in Giappone, perfino in Iran.
Come riconoscere i segnali
Dalla Ragione elenca i segnali di questo malessere con la precisione di chi li ha osservatimigliaia di volte. Il primo, spesso il più sottovalutato, è il cambiamento di carattere: “Le persone che sviluppano un disturbo alimentare mutano atteggiamento. Da ragazzi solari, aperti, socievoli, diventano tristi, chiusi, sofferenti. Questo, insieme a comportamenti alimentari ripetuti e molto rigidi, è il segnale che qualcosa si è incrinato”.
La rigidità, in particolare, è la spia più affidabile: quando il cibo non è più parte della vita, ma ne diventa il controllore. Il cibo, lo ricorda, è per natura un produttore di endorfine – l’intestino è il primo organo del corpo nella produzione di endorfine naturali, prima ancora del sesso e dell’attività fisica. È gioia, convivialità, scoperta. “Quando diventa faticoso, ossessivo, quando si ha paura di mangiare con gli altri o di assaggiare qualcosa di nuovo, è il momento in cui qualcosa si è rotto”.
La buona notizia – e Dalla Ragione lo dice come un punto fermo, non come una consolazione – è che ci si può salvare: “Chiedere aiuto è il primo passo. Nessuno guarisce da solo da un disturbo alimentare, così come nessuno guarirebbe da solo dal diabete. Ma da queste patologie, se curate, nel 99% dei casi si guarisce“.
