Duecento incendi stanno divorando le foreste dell’Ontario e il vento fa il resto: una coltre di fumo ha attraversato il confine ed è calata su Chicago, New York e Washington, peggiorando l’aria che respirano milioni di americani. È bastato questo per trasformare un disastro ambientale in un incidente diplomatico. Alcuni parlamentari repubblicani hanno accusato Ottawa di trascurare la prevenzione, sostenendo che i polmoni degli americani stanno pagando l’inerzia canadese. Il primo ministro Mark Carney ha risposto rovesciando la prospettiva: se gli Stati Uniti vogliono meno fumo, comincino a fare la loro parte contro il riscaldamento globale, che, come ricorda la comunità scientifica, moltiplica il rischio di roghi.

A quel punto è arrivato, puntuale, Donald Trump. Sui social il presidente ha minacciato nuovi dazi contro il Canada, colpevole a suo dire di “invadere” gli Stati Uniti con aria inquinata e di non saper gestire le proprie foreste. La vicenda, evidenziata dal Corriere della Sera, segna un salto di qualità: il fumo degli incendi diventa un argomento da usare nella guerra commerciale.
🚨 JUST IN: President Trump says he CONFRONTED Canadian PM Mark Carney today over toxic wildfire smoke at the World Cup, says he may CHARGE them for damages
— Nick Sortor (@nicksortor) July 20, 2026
"I told him, 'you've got to STROP these fires from coming in and poisoning our air. Our air has been POISONED.'"
"Maybe… pic.twitter.com/MQbSSA6l7s
La disputa su chi deve pagare
Dietro lo scambio di accuse c’è una domanda concreta: chi paga i costi di un clima che cambia? Ottawa rivendica di aver investito dal 2020 l’equivalente di 8,5 miliardi di dollari in prevenzione e gestione forestale, e ricorda che a giugno Quebec e Ontario del Nord hanno ricevuto meno del 40% delle piogge abituali. Il premier dell’Ontario Doug Ford ha rinfacciato agli americani un dettaglio scomodo: quando bruciava la California, erano i canadesi a mandare gli aerei antincendio in soccorso dei vicini, senza presentare fatture.
Gli Stati Uniti, invece, chiedono al Canada di farsi carico dei danni sanitari prodotti dai roghi, ma rifiutano di riconoscere la propria quota di responsabilità nelle emissioni che alimentano siccità e ondate di calore. Chi inquina scarica il conto su chi subisce, e quando le conseguenze tornano indietro sotto forma di fumo, minaccia dazi.
L’incendiario che accusa i pompieri
Il punto è che l’amministrazione Trump non si limita a negare le proprie responsabilità: sta attivamente aumentando il rischio di incendi, negli Stati Uniti e altrove. L’elenco dei passi indietro sulle politiche climatiche è ormai lungo. Il giorno dell’insediamento, a gennaio 2025, Trump ha firmato l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, per la seconda volta. A febbraio 2026 l’Epa ha cancellato l’endangermentfinding del 2009, la determinazione scientifica secondo cui i gas serra minacciano la salute pubblica: era il fondamento giuridico di quasi tutta la regolazione climatica federale, e con la sua revoca sono cadute anche le norme sulle emissioni di auto e camion. La decisione è già davanti ai giudici.
Non basta: mentre cresce il pericolo, si tagliano gli strumenti per fronteggiarlo. Secondo i dati dell’ispettorato del dipartimento dell’Agricoltura, nel 2025 il Forest Service – l’agenzia federale che gestisce le foreste e gran parte della lotta ai roghi – ha perso il 16% del personale. Sei parlamentari del Colorado hanno scritto ai vertici dell’agenzia temendo che i tagli compromettano la capacità di spegnere gli incendi proprio mentre la stagione si annuncia rovente. E si potrebbe continuare a lungo nell’elencare le scelte con cui Trump aiuta i roghi: lo stop ai grandi progetti eolici già finanziati, l’apertura di nuove trivellazioni in aree protette, la retorica del “drill, baby, drill” elevata a politica energetica nazionale.
Un copione destinato a ripetersi
La sequenza è didascalica: si smontano le regole che frenano le emissioni, si riducono i fondi per la prevenzione, e quando gli incendi – resi più probabili proprio da quelle scelte – mandano il fumo oltre confine, si punta il dito contro il vicino e si minacciano ritorsioni commerciali. Il Canada non è senza colpe: Carney è criticato in patria dagli ambientalisti per il via libera a nuovi gasdotti. Ma la differenza di scala nelle responsabilità è enorme.
Con l’aumento delle temperature, stagioni come questa diventeranno la norma, non l’eccezione. Se ogni nuvola di fumo si trasformerà in una disputa su dazi e risarcimenti, le liti sulle responsabilità aumenteranno le tensioni tra Stati, con il rischio di vederle trasformare in conflitti.
