C’è un numero che vale più di qualsiasi discorso sulla transizione ecologica: 600 miliardi di euro. È quanto l’Italia ha speso nel 2025 per importare materiali dall’estero. Metalli, minerali, biomasse, fossili. Una cifra cresciuta del 23,3% rispetto al 2021, pur con volumi fisici in calo. Significa che le stesse quantità di materia costano molto di più, e che la bolletta geopolitica dell’Italia si sta gonfiando mese dopo mese, crisi dopo crisi.
Il Rapporto sull’economia circolare in Italia 2026 del Circular Economy Network, presentato oggi alla Conferenza nazionale promossa dal CEN con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e con Enea, mette in fila i numeri di questa vulnerabilità strutturale. E lo fa in un momento in cui le tensioni internazionali – dalla crisi di Hormuz alle pressioni sulle rotte dei minerali critici – hanno trasformato il tema dell’approvvigionamento da questione tecnica a questione di sicurezza nazionale.
Il paradosso italiano
Chi conosce il settore sa da tempo che l’Italia vive una contraddizione difficile da spiegare agli osservatori stranieri: è al secondo posto in Europa per indice di circolarità, dietro solo ai Paesi Bassi, eppure è la grande economia del continente più dipendente dalle importazioni di materiali. Il 46,6% delle materie prime trasformate nel nostro Paese viene dall’estero. La media europea è del 22,4%. La Spagna è al 39,8%, la Germania al 39,5%, la Francia al 30,8%.
Come si spiega questo cortocircuito? Con la storia industriale del Paese: l’Italia ha sviluppato nei decenni una straordinaria capacità di fare molto con poco, di riciclare, trasformare, estrarre valore dai flussi di scarto. È l’unica grande economia europea ad aver ridotto la propria impronta dei consumi nell’ultimo quinquennio. Sul fronte del riciclo dei rifiuti è prima in Europa con percentuali pari a più del doppio della media Ue. Nel 2024 ha generato 4,7 euro di Pil per ogni chilogrammo di risorse consumate – il valore più alto tra le grandi economie europee, nettamente sopra la media UE di 3 euro per chilogrammo.
Eppure questa virtuosità non basta a compensare la povertà di giacimenti. L’Italia trasforma bene quello che ha, ma quello che ha è poco. E in un mondo in cui le materie prime diventano un’arma geopolitica, questa dipendenza strutturale è un’esposizione che il Paese non può più permettersi di ignorare.
Il costo dei metalli strategici
Il Rapporto analizza nel dettaglio la composizione della spesa per le importazioni. Il dato più allarmante riguarda i metalli: il loro costo è cresciuto del 18% e oggi rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali. Nell’elenco figurano materiali come nichel, rame, zinco, piombo, oltre ai metalli di base come ferro, ghisa e acciaio, cioè l’ossatura dell’industria manifatturiera italiana.
In questo scenario, l’economia circolare smette di essere una scelta etica e diventa una necessità industriale. Ogni tonnellata di metallo recuperata dal riciclo interno è una tonnellata che non bisogna comprare sul mercato internazionale, esposti ai capricci della geopolitica e alle speculazioni dei broker.
“Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime, decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti e soggette a forte volatilità dei prezzi”, ha dichiarato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. “Una maggiore circolarità dell’economia – che implica un uso più efficiente dei materiali, una riduzione del consumo di materie prime attraverso il riciclo dei rifiuti, e un ricorso più ampio alla riparazione, al riutilizzo e all’uso condiviso, insieme a modelli di consumo più sobri e responsabili – diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico. La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”.
La tecnologia avanzata al servizio del riciclo
Il Rapporto dedica quest’anno un approfondimento al ruolo che i sistemi idrici possono giocare nell’economia circolare – un tema meno ovvio di quanto sembri, ma strategicamente rilevante. Depuratori e impianti di desalinizzazione vengono riletti non più come infrastrutture di trattamento e smaltimento, ma come potenziali “bioraffinerie” capaci di produrre acqua riutilizzabile, energia e materie prime seconde.
Recuperare fosforo dai fanghi di depurazione o dai liquami zootecnici significa costruire una filiera alternativa a quelle importazioni. Non risolve il problema da solo, ma contribuisce alla direzione giusta: meno dipendenza esterna, più autonomia strategica. Analogo ragionamento vale per la desalinizzazione. Le salamoie prodotte dagli impianti – tradizionalmente considerate uno scarto da gestire – contengono elementi di interesse industriale come magnesio, potassio, calcio, bromo e boro. Il magnesio in particolare è classificato come materia prima critica e strategica nella lista europea del 2023: la Cina controlla l’88% della produzione mondiale, e l’UE dipende al 100% dalle importazioni per il magnesio primario.
“Anche se il nostro Paese ha sviluppato una grande capacità di riciclo e produttività delle materie prime, è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre “miniere” urbane e sull’uso efficiente delle risorse lungo la catena di valore, a partire dalle fasi di progettazione e produzione”, sottolinea Claudia Brunori, direttrice del dipartimento Enea di Sostenibilità. “Enea è impegnata nel trasferimento di tecnologie avanzate, tuttavia per generare un effetto sistemico duraturo, occorrono strumenti normativi e finanziari adeguati”.
Le dieci proposte del CEN
Il Circular Economy Network non si limita a fotografare i problemi, ma avanza dieci proposte concrete in vista del Circular Economy Act. Alcune riguardano le infrastrutture normative: armonizzare i criteri “end of waste” e i sottoprodotti per creare un vero mercato europeo delle materie prime seconde; riformare la direttiva sui rifiuti elettronici per recuperare i metalli critici che oggi finiscono dispersi; accelerare l’attuazione del regolamento sull’ecodesign con criteri chiari su durabilità e riparabilità.
Altre puntano sui meccanismi economici: introdurre aliquote IVA ridotte per riparazione, riuso e ricondizionamento; usare gli appalti pubblici – che valgono il 10% del Pil europeo – come leva per sostenere i mercati circolari; promuovere strumenti di finanza mista per mobilitare capitali privati verso infrastrutture di riciclo.
C’è poi la dimensione territoriale: rafforzare il ruolo di città e regioni, che sono i nodi dove i flussi di materiali si concentrano e dove le politiche circolari possono trovare attuazione concreta. E quella internazionale: promuovere standard comuni e accordi commerciali che includano capitoli dedicati alla circolarità, per evitare che i produttori esteri operino senza rispettare gli standard europei.
