Nel 2019, ricercatori dell’Università di Plymouth hanno sepolto nel terreno un sacchetto di plastica etichettato come “biodegradabile”. Tre anni dopo, lo hanno dissotterrato. Il sacchetto era intatto. Reggeva ancora un carico di spesa.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, aveva testato cinque tipi di sacchetti disponibili nei supermercati britannici: uno in plastica convenzionale, uno “oxo-biodegradabile”, uno “biodegradabile”, uno “compostabile” e uno in polietilene ad alta densità. Li avevano esposti a tre ambienti naturali: aria aperta, terreno e acqua di mare. Dopo nove mesi all’aria aperta, tutti si erano frammentati. Ma nel terreno e nel mare, il sacchetto “biodegradabile”, quello “oxo-biodegradabile” e quello in plastica convenzionale erano ancora funzionali dopo tre anni. Imogen Napper, la ricercatrice che ha condotto lo studio, ha detto di essere rimasta “davvero stupita che qualcuno di quei sacchetti potesse ancora reggere la spesa”.
Il sacchetto “compostabile” si era comportato diversamente: in mare era scomparso in tre mesi, ma nel terreno era ancora presente dopo 27 mesi, anche se non reggeva più il peso.
Lo studio è stato contestato. European Bioplastics, l’associazione di settore, ha obiettato che il sacchetto etichettato come “biodegradabile” non possedeva una certificazione conforme allo standard europeo EN 13432, e che quindi i risultati non si applicano ai prodotti correttamente certificati. L’associazione ha riconosciuto che solo il sacchetto “compostabile” dello studio era effettivamente certificato. È un punto rilevante: distingue tra etichette autoattribuite e certificazioni verificate. Ma è anche il cuore del problema, perché un consumatore al supermercato non conosce la differenza.
E la differenza è sostanziale. “Biodegradabile” significa che un materiale si decompone grazie all’azione di microrganismi. Non specifica dove, in quanto tempo, né in quali condizioni. Un tronco d’albero è biodegradabile. Anche un giornale. L’etichetta non garantisce nulla sulla velocità né sulle condizioni necessarie. “Compostabile” è più specifico: secondo lo standard europeo EN 13432, un materiale compostabile deve decomporsi almeno al 90% entro sei mesi in un impianto di compostaggio industriale, a temperature di circa 60 °C e con umidità controllata. Non in giardino. Non in una discarica. Non nel mare. In un impianto industriale.
L’analogia è con la temperatura di cottura. “Cuocibile” non ti dice nulla: qualsiasi alimento è cuocibile. “Cuocibile a 180°C in forno ventilato per 40 minuti” è un’istruzione. “Biodegradabile” è il primo caso. “Compostabile certificato EN 13432” è il secondo. L’etichetta sul sacchetto al supermercato di solito dice solo il primo.
In Italia la situazione ha una complessità in più. Dal gennaio 2022, il decreto legislativo 116/2020 ha reso obbligatoria la raccolta differenziata dell’umido in tutti i Comuni italiani, anticipando di due anni l’obbligo europeo. I sacchetti per la raccolta devono essere compostabili e certificati EN 13432. L’Italia è il secondo Paese europeo per capacità di compostaggio dopo la Germania, e l’80% della popolazione è collegato alla raccolta dell’organico.
Ma i numeri nascondono un problema strutturale. Al 2022, secondo i dati del Consorzio Italiano Compostatori elaborati sul Rapporto Rifiuti ISPRA, 675 Comuni italiani non avevano ancora attivato la raccolta differenziata dell’umido, per un totale di oltre 900.000 abitanti. E anche dove la raccolta funziona, oltre il 56% della frazione organica viene trattata attraverso processi che includono una fase di digestione anaerobica. I sacchetti compostabili non si degradano in condizioni anaerobiche: devono essere rimossi meccanicamente prima del processo. Lo standard EN 13432, che definisce la compostabilità di quei sacchetti, risale al 2002, quando l’unica tecnologia disponibile per il trattamento dell’organico era il compostaggio aerobico industriale. La tecnologia si è evoluta. Lo standard no.
Un sacchetto certificato compostabile, gettato correttamente nell’umido, in un Comune che ha attivato la raccolta, può finire in un impianto dove deve comunque essere separato perché il processo non è quello per cui è stato progettato.
Il quadro normativo sta cambiando. La Francia è il primo Paese europeo ad aver vietato l’uso del termine “biodégradable” su prodotti e imballaggi: l’articolo 13 della legge AGEC, attuato dal decreto 2022-748, lo proibisce dal 2022. Le federazioni industriali hanno fatto ricorso. Il Conseil d’État ha confermato il divieto.
L’Unione Europea si muove nella stessa direzione. La direttiva ECGT (Empowering Consumers for the Green Transition), la stessa che nell’articolo precedente di questa rubrica abbiamo visto vietare le etichette “carbon neutral” basate su compensazione, include esplicitamente “biodegradable” nella lista dei generic environmental claims vietati senza dimostrazione di “eccellente performance ambientale riconosciuta”. Dal settembre 2026, dichiarare un prodotto “biodegradabile” senza una certificazione che lo dimostri sarà una pratica commerciale vietata nell’UE.
In Italia, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha già sanzionato casi di claim ambientali non verificati su prodotti etichettati come “biodegradabili”: pannolini pubblicizzati come “biodegradabili e compostabili” risultati non compostabili per la presenza di polimeri non biodegradabili, sacchetti dichiarati “100% biodegradabile” con tempi di biodegradazione estremamente lunghi.
Questa rubrica continua a trovare lo stesso meccanismo. “Gas naturale” suona pulito ma è un combustibile fossile. “Carbon neutral” suona responsabile ma può significare compensazione senza riduzione. “Sostenibile” nella tassonomia UE include fonti che la maggioranza degli europei non classificherebbe così. “Biodegradabile” suona come una promessa di scomparsa, ma non dice dove, quando, né come.
La prossima volta che leggete “biodegradabile” su un sacchetto, su un imballaggio, su un prodotto, le domande utili sono tre: biodegradabile dove? In quanto tempo? In quali condizioni? Se l’etichetta non risponde, dal settembre 2026 nell’Unione Europea non potrà più essere lì.
