12 Maggio 2026
/ 12.05.2026

Riusciamo ancora a immaginare il futuro?

Fiducia, visione e politiche di lungo-termine sono le uniche riposte alle sfide della società contemporanea

C’è una domanda che attraversa il nostro tempo: siamo capaci di immaginare il futuro? Non di prevederlo, ma di progettarlo? Di dargli forma, sia individualmente, che collettivamente? Nel 2020, Geoff Mulgan raccontava la crisi di immaginazione della nostra società e ne descriveva l’impatto negativo sulla nostra capacità di pensare al lungo termine in modo creativo: al 2030, al 2050, al 2100. Ancora più difficile è immaginare futuri possibili e, tra questi, scegliere quello desiderabile.

In un’epoca di profondi e velocissimi cambiamenti, questa capacità è una necessità politica, economica, sociale. Senza immaginazione, non possiamo anticipare i rischi né cogliere le opportunità. Senza immaginazione, rinunciamo a decidere del nostro destino.

Il paradosso è evidente: siamo bravissimi a immaginare il peggio. Distopie climatiche, dominio dell’intelligenza artificiale, derive autoritarie. Ma quando ci viene chiesto di descrivere un mondo migliore tra trent’anni, esitiamo. Che aspetto ha una società più giusta, sostenibile e democratica? Chi la sta immaginando? E perché ci riesce così difficile? Quando perdiamo la capacità di immaginare futuri diversi, restiamo intrappolati nel presente. Reagiamo invece di agire. Correggiamo sistemi esistenti invece di crearne di nuovi. E così, mentre il futuro prende forma, lo fa senza di noi o, peggio, nelle mani di pochi.

In Italia, questa crisi dell’immaginazione è aggravata da almeno tre problemi strutturali.

Il primo è culturale e politico: il dibattito pubblico è schiacciato sul breve termine. Governi vincolati al ciclo elettorale, politiche orientate alla gestione dell’emergenza, strategie aziendali concentrate sui risultati trimestrali. In Italia, la visione di lungo periodo fatica a trovare spazio. E senza una direzione condivisa, ogni decisione diventa tattica, mai strategica.

Il secondo problema riguarda i giovani. L’Italia non è un Paese per giovani — e i numeri lo dimostrano. Dal 2006 al 2024 oltre 1,6 milioni di italiani sono emigrati, a fronte di poco più di 800 mila rientri: un saldo negativo di oltre 800 mila persone. Negli ultimi dieci anni, circa 97 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni hanno scelto di trasferirsi all’estero. E questi sono solo quelli che hanno completato gli studi e che si sono registrati. Non è solo una fugadi cervelli, ma di cuori, di braccia, di speranze, di relazioni.

Eppure, i giovani non sono disinteressati. Secondo il Rapporto Giovani 2025 dell’Istituto Toniolo, tre su quattro considerano la politica fondamentale per la democrazia e per la propria vita. Quasi l’80% sarebbe disposto a impegnarsi in prima persona, se esistessero spazi reali di partecipazione. Il problema, dunque, non è la disaffezione: è la mancanza di canali. Gli under-35 faticano a trovare voce nelle istituzioni, nei partiti, nei processi decisionali.

Il terzo problema è la sfiducia diffusa. Il Barometro sul Futuro – una recente indagine pubblicata dall’Istituto Piepoli e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – mostra un Paese che guarda al futuro con pessimismo: solo il 22% degli italiani è ottimista sul futuro del Paese e solo il 37% è ottimista sul proprio futuro personale. Alla domanda “Chi pensa al futuro del Paese?”, il 34% risponde “nessuno”; solo il 4% indica i politici; solo il 7% la scuola. Il 75% non crede che i governi agiscano nell’interesse delle future generazioni. È un dato che pesa: senza fiducia, anche l’immaginazione si spegne. Perché immaginare richiede un atto di speranza, ma anche la convinzione che quelle visioni possano diventare realtà.

Eppure, non tutto è perduto. Come ci insegna Popper, il futuro, per definizione, è aperto. Non esiste un solo destino, ma molti futuri possibili. Anche in un mondo che cambia rapidamente, possiamo, e dobbiamo, fermarci per scegliere la direzione.

Negli ultimi anni, si sono creati degli spazi importanti per alimentare la capacità di ragionare sui futuri. Nel 2022 la Costituzione italiana è stata modificata introducendo la tutela degli interessi delle future generazioni. Nel 2024, l’Italia ha aderito al Patto sul Futuro e alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sulle future generazioni. Nel 2025 è stata approvata una legge che introduce la valutazione di impatto generazionale delle politiche pubbliche. E nel 2026 l’Unione Europea ha pubblicato una strategia sull’equità intergenerazionale. Sono passi importanti, che però richiedono oltre alla loro attuazione in pratica, anche una trasformazione culturale.

Per questo nel 2025 è nato Ecosistema Futuro, un’iniziativa promossa dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, che già coinvolge più di 100 soggetti con l’obiettivo di mettere i futuri al centro del dibattito pubblico, politico e culturale in Italia, e di esplorare quegli scenari davanti a noi che garantiranno benessere diffuso per tutte e tutti dentro i confini planetari. Di questa iniziativa, parleremo nei prossimi mesi qui su Ultima Bozza.

Per mettere i futuri al centro, è necessariocreare spazi, luoghi fisici e simbolici in cui incontrarsi, discutere, confrontarsi. Non solo tra esperte ed esperti, ma tra persone comuni. Non solo tra decisori, ma tra generazioni. Per questo nascono le Piazze sul Futuro, momenti di partecipazione che attraverseranno tutta l’Italia nel 2026, culminando l’anno prossimo nella prima Assemblea Nazionale sul Futuro. La prima di queste Piazze sul Futuro avrà luogo a Parma, il 13 maggio, in collaborazione con il Comune e il Consiglio Locale Giovani, non a caso nella città che nel 2027 sarà capitale dei giovani. Ne seguiranno altre, organizzate da Ecosistema Futuro e dalla società civile -associazioni, enti locali, cittadine e cittadini – che decideranno di proporre una propria piazza sul futuro e di partecipare a questo progetto visionario e innovativo.

Immaginare il futuro non è un esercizio astratto. È un atto politico. Significa decidere chi vogliamo essere, come vogliamo vivere, quali rischi siamo disposti a correre e quali opportunità vogliamo creare. Se rinunciamo a farlo, qualcun altro lo farà al posto nostro.E allora la domanda iniziale torna, più urgente che mai: riusciamo ancora a immaginare il futuro?

*Luca Miggiano è Responsabile Ecosistema Futuro

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