22 Maggio 2026
/ 22.05.2026

Faggio batte abete 1-0. E deve ringraziare il clima che cambia

Entro la fine del secolo, fino a 96 milioni di ettari di boschi potrebbero cambiare specie dominante. Lo rivela uno studio internazionale con la partecipazione del Cnr italiano

Le foreste europee così come le conosciamo oggi potrebbero non esserci più entro il 2100. Non per siccità o per incendi devastanti – anche se quelle minacce restano concrete – ma per uno spostamento degli equilibri tra le specie arboree che da secoli definiscono il paesaggio del continente. Le conifere, protagoniste indiscusse di vaste aree forestali dall’arco alpino alla Scandinavia, rischiano di perdere terreno a vantaggio di latifoglie decidue come il faggio e la farnia.

A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment, frutto di una collaborazione internazionale che ha coinvolto oltre trenta ricercatori da tutta Europa. Per l’Italia hanno partecipato Alessio Collalti e Daniela Dalmonech dell’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia (Cnr-Isafom).

Un’analisi senza precedenti

La ricerca rappresenta una delle più estese mai realizzate sulla competizione tra specie forestali a scala continentale. Per ricostruire gli scenari futuri, il team ha sviluppato un sistema di deep-learning addestrato su oltre 135 milioni di anni-simulazione forestale, ricavati da 17 modelli ecologici di processo elaborati in diversi Paesi europei. Uno strumento di intelligenza artificiale che ha poi proiettato, su scala continentale, come cambierà la competitività di nove delle specie forestali più rilevanti d’Europa in differenti scenari climatici.

I risultati sono netti: sei delle nove specie analizzate perdono competitività sotto scenari di cambiamento climatico, e tra queste figurano tutte le principali conifere sempreverdi considerate nello studio. Abete rosso, abete bianco e pino silvestre mostrano un declino marcato, soprattutto nelle porzioni più calde e aride del loro areale. Le latifoglie decidue, al contrario, reggono meglio e in molti contesti addirittura rafforzano la propria posizione.

Nello scenario climatico più severo, circa il 25% delle foreste europee potrebbe andare incontro a un cambio di specie dominante entro il 2100, per un totale di circa 96 milioni di ettari. Le aree più vulnerabili coincidono con le grandi zone di transizione ecologica – le regioni alpine, la Scandinavia meridionale, parte dell’area mediterranea – dove specie adattate a climi differenti già oggi si fronteggiano ai limiti dei rispettivi areali.

Dove il rischio è più alto

È proprio ai margini più caldi degli areali che si concentreranno i cambiamenti più marcati. Sono le zone dove gli alberi vivono già vicino ai propri limiti fisiologici: un ulteriore aumento delle temperature e della frequenza degli stress idrici può rompere equilibri che si sono mantenuti per secoli. In questi contesti, il cambiamento nella composizione delle foreste potrebbe essere relativamente rapido.

La dimensione del fenomeno ha implicazioni che vanno ben oltre l’ecologia. Le conifere rappresentano oggi oltre la metà delle foreste europee e sono una componente fondamentale sia per l’industria del legno sia per il sequestro del carbonio atmosferico. Un loro declino significativo ridisegnerebbe anche la mappa delle risorse forestali del continente, con ricadute economiche e climatiche difficili da quantificare oggi ma impossibili da ignorare.

Lo studio non è solo un esercizio previsionale. I suoi risultati hanno un valore applicativo diretto per chi gestisce le foreste oggi – dai selvicoltori alle amministrazioni territoriali, fino ai decisori politici. Sapere dove e quando certe specie rischiano di perdere competitività consente di intervenire in anticipo: scegliere specie più adatte ai climi futuri, diversificare la composizione dei boschi, rafforzare la resilienza degli ecosistemi prima che il cambiamento diventi irreversibile.

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