25 Maggio 2026
/ 25.05.2026

Più soldi al petrolio, meno alle metro: il governo rinuncia al futuro

Il quarto decreto accise taglia 145 milioni al trasporto pubblico per finanziare sussidi ai carburanti fossili. Una scelta che rivela un errore di prospettiva che mette a rischio la nostra economia

Il gas prima delle rinnovabili. Il petrolio prima del trasporto pubblico. Il passato prima del futuro. La gerarchia delle scelte del governo Meloni non si smentisce. Con il quarto decreto accise, sono stati tagliati 145 milioni di euro dal Fondo per il potenziamento delle reti metropolitane e del trasporto rapido di massa per finanziare l’ennesimo sconto sui carburanti. Un trasferimento di risorse da un’infrastruttura collettiva e a basse emissioni verso il sostegno diretto ai combustibili fossili. Non è un incidente contabile. È una serie ripetuta che indica una direzione di marcia.

L’occasione, in questo caso, è stata il prezzo dei carburanti. Chiamarla emergenza è una forzatura dell’italiano. Perché il fatto che, frenando le rinnovabili e la transizione energetica, ci saremmo trovati esposti all’instabilità dei mercati accelerata dalle crisi geopolitiche, era noto a tutti. Una consapevolezza emersa da tempo, non una sorpresa. Eppure il governo si è fatto sorprendere con la guardia energetica abbassata.

Così i prezzi salgono, le famiglie soffrono, le imprese sono costrette a pagare l’energia a prezzi più alti dei nostri competitor. La struttura produttiva del Paese si ammala, ma lo sconto sul pieno di benzina si vede, si sente, si racconta. C’è chi spera di trasformarlo in voti.

Il paradosso dei fossili sovvenzionati

Quei sussidi però non risolvono il problema: mantengono in vita la dipendenza che genera il problema stesso. È come limitarsi a somministrare analgesici a un paziente che ha bisogno di un’operazione: toglie il dolore per qualche ora, ma lascia intatta la causa.

L’unica via d’uscita dalla trappola dei prezzi energetici è ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. E l’unica via per ridurre quella dipendenza, nel settore dei trasporti, è costruire alternative credibili a basso impatto ambientale e sociale: metropolitane, tram, treni, reti ciclabili, servizi di mobilità condivisa. Infrastrutture che permettano alle persone di spostarsi senza dover subire un salasso ogni volta che una guerra o una disputa tra produttori taglianoi flussi di petrolio.

Il decreto accise fa esattamente il contrario: sottrae risorse alle alternative per finanziare la dipendenza. È una politica che si autoalimenta: più si sostengono i fossili, più la gente dipende dai fossili, più ogni aumento del prezzo di quei combustibili diventa un’emergenza politica che richiede nuovi sussidi ai fossili. Un circolo vizioso. Che solo un rovesciamento radicale di prospettiva può spezzare.

Ogni anno di ritardo nella costruzione di alternative credibili ai trasporti fossili ha un costo. Non solo ambientale ma economico e sociale. Le città italiane perdono ogni anno miliardi in produttività a causa della congestione del traffico. Perdono qualità della vita, attrattività per le imprese, capacità di trattenere i talenti. Roma e Milano non competono solo con Torino e Napoli: competono con Barcellona, Amsterdam, Londra, città che hanno investito massicciamente in mobilità pubblica e oggi raccolgono i frutti di quelle scelte.

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