Quando una regione è costretta a chiedere acqua ai territori confinanti significa che il problema ha ormai superato la soglia dell’allarme. È quanto sta accadendo in Piemonte, dove la scarsità di precipitazioni e le temperature eccezionalmente elevate hanno portato la Regione ad avviare un confronto con Valle d’Aosta e Canton Ticino per incrementare le forniture destinate soprattutto all’agricoltura. Nel frattempo oltre cento Comuni hanno già emanato ordinanze per limitare l’utilizzo dell’acqua potabile e in alcune località montane sono entrate in funzione le autobotti.
Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha spiegato che “non possiamo aspettare nemmeno un minuto” e che il caldo e la mancanza di piogge stanno determinando “un’emergenza da affrontare con attenzione soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura“.
Il Po racconta la crisi climatica
L’immagine più efficace dell’estate 2026 resta quella del Po. Il maggiore fiume italiano registra una portata media inferiore del 65% rispetto ai valori stagionali, con punte che raggiungono – 80%. Ancora più impressionante il confronto sulla quantità d’acqua: appena 209 metri cubi al secondo contro una media storica di 731.
La riduzione della portata ha già provocato difficoltà operative anche alla centrale idroelettrica di Isola Serafini, costretta nei giorni scorsi a interrompere più volte la produzione a causa del livello troppo basso del fiume. Intanto cresce la risalita del cuneo salino nel Delta del Po, fenomeno che compromette gli equilibri degli ecosistemi e mette sotto pressione le coltivazioni.
L’agricoltura paga il conto più salato
A soffrire maggiormente sono le imprese agricole del Centro-Nord. Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro, osserva che “non siamo più di fronte a un’emergenza temporanea, ma a una condizione strutturale che richiede risposte altrettanto strutturali e di lungo periodo”.
Le organizzazioni agricole descrivono un quadro sempre più complesso. Confagricoltura segnala il rischio di una contrazione delle rese di riso e mais fino all’eventuale abbandono delle colture in assenza di nuove risorse idriche. Coldiretti parla invece di uno scenario che coinvolge mais, soia, ortaggi, frutta, vigneti, oliveti e foraggi, mentre nelle stalle il caldo sta riducendo la produzione di latte fino al 20%. Non è soltanto una questione di raccolti: diminuisce la redditività delle aziende agricole mentre aumentano i costi per irrigazione ed energia.
La lezione del Mezzogiorno
La tradizionale geografia della crisi idrica si è ribaltata. Se il bacino del Po vive una delle estati più difficili degli ultimi anni, diverse regioni del Sud affrontano la stagione con una disponibilità d’acqua decisamente migliore.
Secondo le analisi richiamate da Ispra e Anbi, in aree come Puglia, Basilicata e Molise le abbondanti piogge primaverili, unite agli investimenti effettuati negli invasi, hanno consentito di accumulare riserve sufficienti per gli usi civili, agricoli e ambientali.
È forse questa l’indicazione più importante che arriva dall’estate 2026. La siccità continuerà a essere una componente della nuova normalità climatica. La differenza la faranno sempre meno le precipitazioni e sempre più la capacità di pianificare, accumulare, distribuire e utilizzare in modo efficiente una risorsa destinata a diventare il principale indicatore della resilienza dei territori. L’acqua, oggi più che mai, non misura soltanto la disponibilità naturale di una risorsa: misura la qualità delle scelte pubbliche.
