Trecentosessanta persone per volta, due ore esatte, poi fuori. La Galleria Borghese funziona come un orologio svizzero applicato all’arte: entrata contingentata, percorso obbligato, uscita puntuale. È una scelta culturale prima ancora che logistica, pensata per tutelare i capolavori di Bernini, Canova, Raffaello e Tiziano da quella forma sottile di violenza che è il sovraffollamento. Ma Roma cresce, il turismo aumenta, e il meccanismo comincia a scricchiolare sotto il peso di una domanda che non si ferma.
Da qui nasce l’idea di ampliare il museo. La direttrice Francesca Cappelletti ha pubblicato un bando per una sponsorizzazione tecnica finalizzata alla redazione di un progetto di fattibilità: si tratta, per ora, solo del primo passo di un percorso lungo e incerto, ma già significativo. La proposta è di costruire un nuovo edificio adiacente alla villa del XVII secolo, per ampliare l’offerta espositiva. Prima a rispondere è stata la Proger Spa, società di ingegneria e architettura con sede a Pescara: la sua proposta di sponsorizzazione tecnica è stata accettata dalla Galleria.
Il Campidoglio dice sì. Ma con molte cautele
La giunta Gualtieri non ha perso tempo. Con una memoria deliberativa, il Comune di Roma ha aderito ufficialmente all’iniziativa, dando mandato alla Sovrintendenza capitolina di attivare le procedure necessarie a supportare l’iter amministrativo. Tre assessorati coinvolti (Ambiente, Cultura e Urbanistica) a testimoniare come la partita non sia soltanto museale, ma investa l’idea di città.
In effetti, Villa Borghese non è un parco qualunque. È il polmone verde più centrale di Roma, un paesaggio ottocentesco che porta i segni del gusto romantico e del Grand Tour. Qualsiasi intervento architettonico dovrà confrontarsi con vincoli paesaggistici stringenti, con la Soprintendenza statale, con l’UNESCO (che ha incluso i siti storici romani nella lista del Patrimonio Mondiale) e con la sensibilità di una città che non dimentica le ferite inferte in passato al proprio tessuto urbano.
Il tesoro nascosto al terzo piano
C’è un argomento che pesa più di tutti nella discussione sull’ampliamento: i depositi. Al terzo piano della Galleria giace una parte consistente della collezione che non ha mai trovato posto nelle sale aperte al pubblico. Sculture, dipinti, oggetti decorativi che non vedono luce da decenni, non perché siano di minor valore, ma perché lo spazio manca. È un paradosso che molti grandi musei conoscono bene, ma che nel caso della Borghese assume un rilievo particolare, data la straordinaria concentrazione di capolavori che caratterizza già le sale esposte.
L’idea di liberare questo patrimonio invisibile attraverso nuovi spazi espositivi è culturalmente potente. Significa dare al pubblico accesso a opere che oggi esistono solo negli inventari, nell’immaginazione degli studiosi, nei magazzini climatizzati. Significa riscrivere, almeno in parte, il canone della collezione, portando in superficie ciò che la storia e la mancanza di spazio hanno tenuto nell’ombra. Ma significa anche affrontare questioni non banali: quali opere selezionare? Con quali criteri? Chi decide cosa merita di essere visto?
Crescere senza snaturarsi
La sfida più complessa che l’ampliamento pone non è tecnica né amministrativa: è identitaria. La Galleria Borghese deve la propria unicità anche – e forse soprattutto – alla sua misura. Non è un museo enciclopedico, non è un contenitore universale. È una villa privata trasformata in museo pubblico, con una collezione costruita da un cardinale collezionista nel Seicento, Scipione Borghese, che aveva un gusto infallibile e la capacità economica di soddisfarlo. Le proporzioni tra gli spazi e le opere, tra la luce delle finestre e le superfici marmoree, tra l’architettura e la scultura, sono calibrate in modo straordinario.
Un nuovo edificio adiacente potrà sicuramente assolvere funzioni di servizio – biglietteria, guardaroba, caffetteria, libreria, sale per le scuole – alleggerendo la pressione sulle aree storiche e migliorando l’esperienza complessiva della visita. Ma dovrà farlo senza diventare, come è accaduto altrove, il luogo in cui il museo si perde: dove la logistica prende il sopravvento sulla contemplazione, dove i flussi organizzati soffocano l’incontro personale con l’opera.
