Per anni il dibattito climatico ha parlato di stili di vita, molto meno di identità. Eppure, alcune recenti ricerche suggeriscono che una parte importante delle emissioni dipenda da come uomini e donne vengono educati a consumare, muoversi e perfino mangiare.
Uno studio condotto dalle economiste Ondine Berland e Marion Leroutier su 15.000 persone in Francia rivela un dato: considerando alimentazione e trasporti, cioè i settori che pesano di più sull’impronta climatica personale, le donne emettono in media il 26% di CO2 in meno rispetto agli uomini.
Oltre il fattore economico
La spiegazione più immediata sembrerebbe economica: gli uomini guadagnano di più, quindi consumano di più. Ma lo studio ha pulito i dati da queste variabili. Reddito, istruzione, età, lavoro e area geografica riducono il divario, ma non lo eliminano. Rimane una quota significativa che non dipende dal portafoglio, ma da scelte di consumo precise, legate a due simboli: la carne rossa e l’automobile.
Sul piano alimentare, il principale responsabile è il consumo di bovini. Gli uomini ne consumano molto più delle donne, anche tenendo conto del maggiore fabbisogno calorico maschile (+7% di emissioni residue a parità di calorie). Per i trasporti il meccanismo è simile: gli uomini tendono a guidare auto più grandi, potenti e inquinanti, spesso con un solo passeggero a bordo.
L’ecologia minaccia la virilità?
Qui la questione climatica incontra la psicologia. Lo studio nota che non esiste differenza tra i sessi nei voli aerei. Questo suggerisce che le donne non siano “naturalmente” più ecologiste: il divario emerge solo nei consumi che la cultura associa alla virilità tradizionale.
A supporto di ciò, lo psicologo Michael Haselhuhn ha dimostrato che gli uomini più preoccupati di apparire “virili” tendono a minimizzare il cambiamento climatico. Nell’immaginario comune, la cura dell’ambiente è associata a qualità “femminili” come l’empatia e la fragilità. Per alcuni uomini, mostrarsi “green” è percepito come una minaccia identitaria. Da qui nasce l’estetica iper-maschile della bistecca gigante o del disprezzo per le politiche ambientali.
Benvenuti nel (M)Antropocene
Ma non è solo una questione di scelte individuali. Un ampio studio internazionale pubblicato su Norma: International Journal for Masculinity Studies invita a guardare il problema in modo strutturale, coniando il termine (M)Antropocene. Questa ricerca evidenzia come gli uomini, specialmente le élite occidentali, controllino le leve dei settori più inquinanti: industrie estrattive, chimiche, petrolifere e il comparto militare.
Le emissioni del singolo sono dunque lo specchio di un sistema di potere. Gli uomini non solo inquinano di più come consumatori, ma gestiscono i processi produttivi che hanno portato il Pianeta allo stato che conosciamo oggi.
L’influenza nella coppia
Le dinamiche familiari complicano il quadro. Nelle coppie con figli, le donne riducono spesso la mobilità professionale per la cura domestica, mentre gli uomini la aumentano. Sul cibo accade il contrario: spesso sono le donne ad adattarsi alle abitudini del partner, aumentando il proprio consumo di carne. È una sorta di “convergenza verso l’alto” delle emissioni dettata dai desideri maschili.
Secondo le simulazioni, se gli uomini adottassero modelli di consumo simili a quelli femminili – senza mangiare meno o spostarsi meno, ma scegliendo cibi e mezzi meno impattanti – la riduzione della CO2 sarebbe molto significativa, pari a circa tre volte le riduzioni annuali previste dalla Francia nei settori di alimentazione e trasporti. La transizione ecologica, dunque, riguarda l’idea stessa di forza e successo. Se la sostenibilità continua a essere percepita come una “rinuncia femminile” e il consumo distruttivo come una “conquista maschile”, la battaglia per il clima resterà monca.
Siamo pronti a ridefinire cosa significa “essere uomini” in un Pianeta che non può più permettersi il lusso del machismo fossile?
